L’estate dello scarabeo

Ho iniziato a lavorare sui coleotteri circa trenta anni fa, avevo dieci anni.

Vivevo in Sardegna, l’isola del vento; credo fosse l’estate del 1980, una di quelle stagioni senza fine che solo l’infanzia e l’adolescenza riescono a regalare.

In compagnia del cugino Marco ero pronto per affrontare l’estate.
La novità si presentò al mare durante una delle tante giornate in spiaggia, quando ci imbattemmo in alcuni stercorari, quegli innocui scarabei neri che trasportano pigramente e ostinatamente piccole palle di sterco spingendole lungo la spiaggia e tra gli arbusti.
Geotrupes stercorarius è il nome scientifico ma sono di gran lunga più interessanti i nomi in dialetto sardo che eccellono per fascino evocativo sottolineando la non invidiabile abitudine alimentare dell’animale: tragamerda, carrabusu, istreccone, carravatzu, babbarrottu, carrammelda, scraffaioi.

L’incontro con questi coleotteri è ancora oggi molto frequente.
Procedono sempre in linea retta e senza mai aggirare un ostacolo. Pur di non rinunciare alla loro traiettoria sono disposti a tutto ignorando la presenza umana con simulato disinteresse.
Lentamente ma con tenacia e costanza trasportano il loro fardello per ore percorrendo chilometri.
Il solo lontano paragone con l’uomo (peso spostato, peso proprio, distanza percorsa) li rende eroici.

Iniziammo dunque a giocare a loro spese facendo quello che tutti i ragazzini di questo mondo fanno da secoli: li ricoprimmo di sabbia, li usammo come biglie, organizzammo avvincenti corse ad ostacoli.
Qualche malcapitato è perito tra le onde dopo che il vascello improvvisato su cui venne costretto fu travolto dai flutti della spiaggia di Chia.

Ne portammo a casa qualcuno, nel più classico dei barattoli col tappo bucato.
Non ricordo a chi dei due venne l’idea di dipingere il guscio degli stercorari e vantando una discreta fornitura di colori per modellismo ci prodigammo in decorazioni originali: effetto mimetico, striature, poìs, teschi stilizzati, effetti tigrato e zebrato, araldica medievale ecc.
Nei giorni successivi, forse su sollecitazione degli adulti, riportammo nel loro habitat naturale gli stercorari i quali, nonostante le decorazioni indelebili sugli astucci chitinosi, sembravano godere ancora di ottima salute.
Arrivati in spiaggia col resto della famiglia liberammo uno alla volta questi esemplari unici al mondo.
I nostri prigionieri iniziarono ad allontanarsi in ogni direzione, fuggendo in realtà senza particolare fretta o preoccupazione.
Il primo puntò dritto verso una famiglia di bagnanti. Non passò più di qualche secondo che un nutrito gruppo di curiosi stava contemplando quell’esemplare unico e dunque preziosissimo, ambito trofeo per qualsiasi entomologo che si rispetti.
Agli altri toccò, loro malgrado, simile sorte. Un’immagine che ho conservato in tutti questi anni è quella di un ambientalista della prima ora che conduce in religioso silenzio l’ignaro bacherozzo tra gli arbusti per ridargli la libertà sorreggendolo davanti a sé come una reliquia.
Lo seguiva e sosteneva il brusio di un drappello di sostenitori e curiosi tra i quali un orecchio attento poteva cogliere parole come: “velenoso, protetto, esotico, unico, australe, rarissimo”.
Una signora si spinse con sicurezza a pronunciare il termine “estinto”.

Si trattò solo di un’estate, anzi solo di pochi pomeriggi, capaci di racchiudere una parte importante dello spirito della mia infanzia .

Ci sono delle piccole finestre che si aprono ogni tanto nella vita e che ci regalano la vista sul passato. Sono finestre olfattive, tattili, uditive che un oggetto qualsiasi o una situazione totalmente fortuita spalancano su una fase di vita passata e lontanissima; l’odore improvviso entrando in un negozio, il timbro di un campanello, un luogo mai più rivisto per lungo tempo.
In poche frazioni di secondi attraversiamo decenni per respirare e vivere per attimi infiniti qualche momento della nostra vita lontana con dettagli che la logica definirebbe inutili e che riemergono con sorprendente intensità.

Dopo trent’anni sono tornato a giocare con i coleotteri. Forse è stato per riallacciare un dialogo con quel tempo sospeso o per riprendere quel gioco interrotto e recuperare quello spirito lontano. Magari, cari scarabei, è solo una timida richiesta di indulgenza.

A questo punto vorrei chiudere il cerchio. Vorrei abbracciare quei momenti tanto normali quando li ho vissuti quanto speciali oggi, guardandoli (e guardandomi) indietro.
Mi sorprende sempre constatare come la quotidianità della vita e la sua apparente ripetitività porti pigramente e ostinatamente (al pari del nostro scarabeo) tanti cambiamenti piccoli e meno piccoli, fino a quando ti volti indietro e niente è più come prima.
Affido allora a questi scarabei alcuni frammenti di quegli anni che mi sono rimasti attaccati lungo il percorso. Oggetti, simboli, ricordi, piccoli amuleti che ho conservato gelosamente, altri che ho ritrovato e altri ancora che sono andato ostinatamente a ricercare. Elementi capaci di aprire queste finestre sulla quotidianità del tempo, di QUEL tempo e di quell’altra mia esistenza.

Simboli e oggetti quotidiani e familiari che sarebbero gradatamente scomparsi dalla mia vita e che avrei finalmente notato e amato solo dopo aver constatato il peso della loro assenza.

M.P.

Scarabei 2011-2012